Ciclo 1998 / 1993
L'anima Della Forma Per Dare Forma All'anima



Ciclo 1998 / 1993
L'anima Della Forma Per Dare Forma All'anima

 

Da catalogo: Paolo Balmas, 1996.

 

[…] L’installazione acquatica della Fiorini si connota subito per il suo privilegiamento della dimensione orizzontale. Il pavimento è interamente invaso dalla ricostruzione non certo naturalistica, ma neanche stereotipata, di una sorta di stagno con tanto di piante galleggianti. Da queste piante o foglie impeccabilmente verniciate di un bel verde intenso e gradevolmente variate tra loro per via della sovrapposizione su di esse di piccoli riquadri fittamente operati (che poi, a ben guardare, risultano inaspettatamente essere schede elettroniche), partono verso l’alto un buon numero di sottilissimi fili elastici che, grazie a un sapiente gioco di posizionamento e forse anche alla suggestione della musica che fuoriesce dall’opera (un quintetto per pianoforte e archi di Schubert: “La trota”), si trasformano dinnanzi ai nostri occhi in una emanazione particolarissima, in un movimentato intreccio di raggi che sembrano essere il frutto di una eccezionale trasmutazione dell’elemento acquatico in elemento luminoso. L’indiscutibile fascinazione di tale lavoro e il suo riferimento alla leggerezza sono una cosa sola, ragion per cui in questo caso parlare della “leggerezza” diviene un modo di parlare del senso complessivo dell’opera, ovvero dell’area di sensibilità che essa cerca di esplorare pur avvertendoci in qualche modo che si tratta di qualcosa di sostanzialmente imponderabile e impossibile da circoscriversi; qualcosa la cui essenza risiede proprio nella ricerca di una infinita espansione, di una sintonia tra moti dello spirito e respiro dell’universo estesa ben al di là degli oggetti che essa cerca di raggiungere. Abbiamo a che fare con una specie di tentativo teso fino allo spasimo di verificare l’insorgenza di nuove frontiere entro le quali possa essere riproposta una forma di rapporto tra introspezione psichica e sentimento della natura che abbia la stessa ampiezza dell’antico animismo e lo stesso vigore della Sehnsucht romantica pur risultando finalmente adeguata a un’epoca di tecnologia avanzata e di de realizzazione delle esperienze come quella in cui stiamo vivendo.

Da catalogo: Angelo Dragone, 1993.

 

[…] E’ proprio il duchampiano sguardo elettivo a vedere nelle “cose” mobilitate da Rossana Fiorini gli elementi destinati a far parte contestuale delle sue ironiche ideazioni, chiamati in causa nei giochi metalinguistici attraverso i quali l’artista li ri-crea nell’approdare alle oggettuali sue sculture. Culturalmente sembra di potervi scoprire simpatie e ascendenze nelle allusive sopravvivenze esistenziali insite nelle testimonianze di culture protoindustriali, ma nel senso di un vero e proprio “anti-design” (come ha colto giustamente Germano Beringheli). Si tratta dunque piuttosto di essenziali riscontri formali, come nell’uso dei materiali più diversi: dal ferro alle sabbie marine, dalle corde agli specchi, fino alle modernissime schede per apparecchi elettronici coinvolte nella realizzazione degli originalissimi Tappeti Patchwork / forse volanti: proprio quelle che, tinte con colori acrilici e alternate con tessere di fòrmica, dello stesso formato e ricoperte di stoffa, si valgono di filo di cotone e nylon per le cuciture, tiranti, staffe e carrucole nella suggestiva ostensione di autentici pezzi di bravura. Passate al filtro d'una viva immaginazione, alla stessa maniera sono nate anche le eleganti strutture di "ispirazione" musicale: oggetti curiosi, veri e propri marchingegni che fanno pensare a dei sorprendenti carillon nei quali anche la carrucola-seme infitta nella sabbia del tondo recipiente di legno, proiettando in alto le lunghe canne in alluminio, si trasforma in curioso strumento dall'interno del quale si diffonde l'onda d'una sommessa musica d'organo. (Seme d’organo. Come nasce una musica). Un suono sottile, con altri, anche più sottili, fili conduttori, capaci di portare alla scoperta delle astruse, ma pur sempre suggestive testimonianze dei nostri giorni. Nessuna meraviglia se più d'uno ne è preso. Ed è stata brava Anna d'Elia a spiegarne le attrattive: "Sono «macchine del desiderio» e, come le pratiche magiche, affondano nel possibile e nel fantastico, recuperando saperi diversi e negati. Restituiscono il piacere intenso dei contatti inusuali: rocce e transistor, schede di memoria e cuciture, pezzi di nave e brandelli di corpo. Accostare ciò che è separato, provocando innamoramenti tra oggetti reduci da mondi lontani è la magia che riesce all'artista. Come si narra, talvolta nelle fiabe, che di notte, a luci spente, il mondo delle cose si anima e trova una dimensione mai avuta, così negli spazi ricostruiti dalla Fiorini, gli oggetti perdono l’inerzia ed iniziano a raccontare le loro storie”.

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