Ciclo 1993 / 1990
La Voce Delle Cose



Ciclo 1993 / 1990
La Voce Delle Cose

 

Da catalogo: Nicola Micieli, 1993.

 

[…] L’artista non ha inclinazioni antiquariali che la inducano a innalzare edicole a reperti antropici; nemmeno assegna valenze psicoproiettive e testimonialità esistenziale ai frammenti del reale che assume nel recinto dell’opera. La stessa consunzione della materia, così cara ai poveristi, ha scarso significato per lei che preferisce i materiali lavorati e ancora integri e funzionali, da manipolare il necessario ma soprattutto da combinare in una sorta di teatro che prende, talvolta, il carattere d’una camera delle meraviglie. È lungo ed eloquente l’inventario degli oggetti utilizzati: siamo davanti a un’operatività che si avvale di materiali non canonici e per lo più recuperati dall’ambito d’uso consueto e inseriti in un diverso contesto, secondo un progetto che certo si traduce, al suo compiersi, nella fisicità di un’opera molto articolata e seducente sul piano estetico, ma che si conclude e si invera, in quanto meccanismo attivatore di immaginazione, soprattutto nella processualità creativa del destinatario. Macchina ludica e non celibe, dotata di una sua referenzialità poetica e di un’identità figurale che le deriva anche da quel che di noto e riconoscibile sia nel repertorio degli oggetti utilizzati, i quali in parte mantengono la referenza originaria pur attingendo significati inediti al nuovo contesto, l’opera risponde a un presupposto concettuale, come parafrasi visiva, come riduzione concreta del pensiero e delle sue funzioni. La Fiorini ha intuizioni brillanti e di notevole apertura ai meccanismi associativi logici e analogici, i quali innescano percorsi fabulatori di esito o scioglimento imprevedibile. Alla scaturigine del processo creativo sono la cultura dell’artista, il suo gusto altamente educato e un’acuta capacità di insinuazione critica, ironica e lirica. […]

Da catalogo: Toti Carpentieri, 1992.

 

In un possibile riproporsi dell’individuazione dello spazio, che si ricollega a precedenti esercizi nell’ambito della ricerca pittorica (e questo a far data da almeno due lustri) e tutti finalizzati al superamento di ogni possibile costrizione planare e perfino di “mestiere”, Rossana Fiorini continua a essere suggestionata dal fascino del “limite”, quale territorialità ambigua e plurima oltre che attuale. Ecco, allora, quell’essere dentro e fuori e quell’amare la contemporaneità di tale “contingenza”, non solo fisica quanto mentale, e tutta giocata proprio sul “liminare” e sul suo porsi come “stato di frontiera”. È questa per la Fiorini, almeno a nostro avviso, la volontà tangibile e manifesta di una certa “insofferenza” globale a cui l’artista ha deciso di dare spazio, con estrema razionalità e coraggio. Superando e mescolando insieme più connotazioni temporali e appropriandosi di nuovi “segnali”, al limite - e ritorna il concetto - di altri linguaggi e di rinnovate comunicazioni. Le schede elettroniche, per esempio, oltre che essere reperto ed elemento estetico ed estetizzante, rivelano la loro nudità simbolica e la conquistata variabilità interpretativa, legata al nuovo stato, apparentemente solo d’archiviazione. Un ristare visibile, tra continui, infiniti, e talvolta addirittura cruenti attraversamenti mentali.

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